Dalle Diocesi

SULMONA, AMMISSIONE AGLI ORDINI SACRI DI MICHELE DE SIMONE

Domenica scorsa 11 luglio il seminarista della Diocesi di Sulmona-Valva, Michele De Simone, è stato ammesso tra i candidati al diaconato e al presbiterato con una solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dal Vescovo Mons. Michele Fusco nella Concattedrale di San Pelino, in Corfinio.

Si tratta di un momento importante per la vita del seminarista. Michele, che durante l’anno vive e studia nel Seminario di Faenza, infatti, ha pronunciato il suo primo “sì” dinanzi alla Chiesa, che ha accolto il suo proposito e continua a sostenerlo, perché possa crescere sempre di più nello spirito di preghiera e nel dono di sé.

Riportiamo di seguito l’omelia del Vescovo:

Per la nostra Chiesa diocesana è momento di gioia e di festa.  Ascoltare la voce di un giovane, della nostra terra: Michele, che proclama il suo “eccomi, manda me”, è motivo di ringraziamento al Signore che continua a chiamare giovani disponibili alla missione.   

Il profeta Amos ci narra, nella prima lettura, la sua esperienza di chiamata, toccata da momenti difficili, di incomprensione e di non accoglienza da parte di Amasia. Amos ribadisce che non è stato lui a scegliere questa strada, lui aveva già un lavoro, mandriano e coltivatore di sicomori. Il Signore lo ha chiamato, lo ha scelto e lo ha inviato.

Così San Paolo avverte su di sé una benedizione da parte del Signore, che ha scelto coloro che fanno parte della comunità per essere santi, per un progetto d’amore.

Così anche il brano del Vangelo inizia presentando Gesù che chiama a sé i Dodici. Li chiamò per una esperienza di profonda intimità e comunione. L’esperienza della fede inizia con l’ascoltare una voce, una parola, che ci interpella, ci chiama, un “tu” che desidera una relazione significativa per la nostra vita. La fede è esperienza di incontro con Qualcuno che tocca le corde del nostro cuore, ci pungola nell’intimo di noi stessi, mette in luce i nostri più profondi desideri. La fede è la storia di questa relazione col Maestro, vissuta dentro una comunità dei credenti, dei chiamati, come quella dei Dodici. Ecclesìa: assemblea, ha come radice il verbo greco caleo, cioè chiamati, convocati, coloro che hanno una relazione con Cristo.

Stare con Gesù diventa il grembo in cui diventare familiari di Dio, qui gli apostoli imparano la grammatica dell’amore trinitario. Vengono formati da questo amore che diventa anche metodo per la missione. La relazione profonda con Gesù è il fondamento per ogni missione. Carissimo Michele, cari seminaristi, senza questa relazione personale e comunitaria, non può esserci annunzio del Vangelo. Narrare la fede, la nostra storia personale di Dio Amore, come hanno fatto gli apostoli, è la strada della missione. 

Chiamò i Dodici, in riferimento alle 12 tribù di Israele, l’evangelista mette in evidenza che Gesù sta rinnovando Israele, quel popolo chiamato ad essere testimone dell’amore di Dio della sua salvezza. Un rinnovamento che si allargherà a tutta l’umanità.

Cominciò a mandarli, alla chiamata corrisponde una missione. Il Vangelo della scorsa domenica che precede questo episodio, ci ha presentato un fallimento di Gesù, rifiutato nella sua patria di Nazareth. Uno dei tanti fallimenti, ma la sua missione non si può fermare, chiede quindi ai suoi di continuare, di andare, Gesù è l’inviato per eccellenza, mandato dalla Trinità, noi chiamati a continuare la sua missione. Noi non abbiamo altra missione che quella di Gesù. «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Evangelii gaudium, 273).

Li inviò a due a due: non si può annunciare l’amore di Dio se non con la testimonianza di vita di questo amore, lo si annuncia prima con la vita, nel far vedere l’amore di Dio, al contrario è inutile che ne parlino. Come si può parlare e annunciare qualcosa di cui non si è fatto esperienza, che non conosci. Non possiamo annunciare ciò che non abbiamo sperimentato. Due sono la prima cellula della comunità, dove si sperimentano le relazioni vere, l’amore tra i due sarà il primo tassello della missione, come si ameranno tra di loro, tale sarà la misura dell’annuncio. Quella comunione tra i due, l’essere uniti per la stessa missione, sarà travolgente e permetterà al terzo, a Gesù, di apparire tra i suoi, di essere presente nella comunità: dove due o tre sono uniti nel mio nome, Io Sono.

Andare a due a due non è per sostenersi a vicenda, ma per vivere la reciprocità, non si può amare che in due. Quando l’amore diventa reciproco genera il terzo invisibile, Gesù in mezzo a loro. Una relazione fecondata dallo Spirito che dona luce, trasforma la relazione interpersonale in relazione trinitaria. Così da generare la Chiesa. Lungo la strada i discepoli dovranno raccontare l’esperienza della loro relazione con Gesù e vissuta tra di loro. Sarà l’unica eredità che avranno ricevuto e dovranno donare per annunciare il Vangelo. Contro ogni individualismo e autoreferenzialità siamo chiamati a seguire lo stile del Maestro e a convertirci ad un cammino che oggi chiamiamo di sinodalità.

Dava loro il potere sugli spiriti impuri. Gesù non dice che dà la capacità di fare discorsi, ma da loro il potere di lottare contro il male, di liberare dal male. Da colui che vuole separarci da Dio, che riempie il cuore di paura, che ci blocca nell’amare. Da loro il potere di sciogliere dalle catene con cui il male vuole bloccarci. Il demonio cerca di separare, di dividere, l’unità dei due sarà la forza per sconfiggere il male.

Per il viaggio dice di portare un bastone, sandali e una tunica, nient’altro. È l’immagine dell’Esodo, quando gli Ebrei partirono per la terra promessa, lasciando l’Egitto, portarono solo l’essenziale. Annunciare il vangelo vuol dire fare l’esperienza dell’Esodo dell’uscita dalla schiavitù per andare verso una nuova terra. Un cammino di liberazione. Chiamati ad andare, con semplicità e povertà, fidandosi solo del Signore. Della provvidenza che troveranno in coloro che li accoglieranno. Ti dono l’unica cosa che ho: l’amore di Dio, che ho sperimentato, che vivo col fratello. Gesù nell’inviare i discepoli non raccomanda cosa dire ma indica loro come essere. Presenta loro lo stile evangelico della missione.  Il Padre provvederà ad ogni cosa. 

Rimanete in quella casa fino a quando non sarete ripartiti. Il verbo “rimanere” viene usato nella Scrittura per indicare la presenza del Signore nel tempio di Gerusalemme, Dio rimane. Rivolta alla casa dove restano i discepoli viene a indicare che quella casa sarà il tempio dove con l’annunzio del Vangelo e l’accoglienza della Parola c’è una presenza di Dio.

Se non vi accoglieranno, scuotete la polvere dai vostri piedi. Occorre mettere in conto che ci potranno essere fallimenti, allora non portate nulla da quella casa, nemmeno la polvere sotto i vostri sandali.  Il Vangelo è proposta, Dio non si impone, si propone, chi annuncia la Parola è nella vulnerabilità, debolezza, si può essere accolti e rifiutati. All’amore si può dire di no. Il discepolo deve accettare il fallimento così come è successo a Gesù. Facilmente possiamo attaccarci al successo, quando non c’è siamo ansiosi, possessivi, aggressivi. Gesù è venuto senza pane, senza denaro nella cintura, solo col bastone della sua croce, con cui ci ha guariti, nudo sulla croce, spoglio di tutto, assetato, portando soltanto una ricchezza, la parola del Padre, la fiducia nel Padre.  Solo nella debolezza si manifesta la grandezza di Dio.

Carissimi, il Vangelo di questa domenica traccia il cammino per la Chiesa e per ogni chiamato. Se ci lasciamo ferire dall’amore di Dio, se viviamo con autenticità e impegno l’esperienza della nostra fede, se sapremo accogliere l’abbondanza della grazia e della benedizione del Signore, allora saremo quel segno di cui oggi il mondo ha bisogno, profeti di misericordia e di amore.

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